By WineNews
Con 54 milioni di euro di vino importato nei primi 6 mesi del 2011 (sui 44 del 2010), la Russia si
conferma uno dei mercati più interessanti del presente e del futuro del vino italiano. Mercato in cui il
68% di vino che si consuma è importato, e che promette benissimo per l’enologia tricolore, bollicine in
testa, con il made in Italy che rappresenta il 60% di tutti gli “sparkling wine” stranieri. Ma che presenta
anche molte difficoltà. Prima tra tutte, il complesso stato del rinnovo delle licenze degli importatori di
vino italiano nel Paese da parte delle autorità russe, che mette a rischio l’approvvigionamento per i
consumatori, e lo sbocco commerciale per i produttori, in un mercato che di vino ne chiede sempre di
più e che, nel 2010, ha consumato più di 1 miliardo di litri.
E proprio il focus “Stato dell’arte della
distribuzione di vino in Russia: dialogo con importatori, distributori e stakeholders” aprirà il Vinitaly
Russia 2011, a Mosca il 12 e 13 ottobre, prima tappa del Vinitaly Tour 2011 di Verona Fiere e Vinitaly,
che porterà sotto al Cremlino oltre 100 tra le migliori cantine italian, non solo per rafforzare e trovare
partnership commerciali, ma anche per capire quali sono i canali per promuovere meglio il vino italiano
(tema del secondo focus di Vinitaly) e per fare formazione alle aziende su un mercato da conoscere e
presidiare, in un momento comunque complesso, e che vede Verona Fiere e Vinitaly intensificare i
propri sforzi al servizio delle imprese del vino italiano sui mercati internazionali.
Un appuntamento,
anche per confermare un trend di crescita sul mercato russo ormai strutturale nonostante la crisi: i
valori all’export dell’Italia, nel 2010, sono cresciuti del 60% sul 2009, arrivando a 104 milioni di euro,
tendenza confermata dalla prima metà del 2011. Con 30 milioni di potenziali clienti “premium” e un
consumo medio pro capite di 7 litri l’anno, è un mercato di importanza strategica per i produttori
italiani. E dove, però, l’impasse sul rinnovo delle licenze, se non risolta presto e bene (è sceso in campo
anche il Ministero dell’Agricoltura), per molte aziende italiane, potrebbe significare l’azzeramento del
lavoro di anni, se i rispettivi partners non ottenessero il via libera a far arrivare nuovi ordini nel Paese.